Le Costituzioni delle ASCGA
CAPITOLO II, Il carisma, ARTT. 5 -9; 43-44; 77.

“Debbono le umili Ancelle del Cuore Agonizzante di Gesù operare, patire e pregare in spirito di riparazione e d’impetrazione, unite sempre al Cuore di Gesù Agonizzante e a tutte le sue divine intenzioni e al Cuore Addolorato di Maria, prima riparatrice”.
(Marco Morelli, Regole delle Ancelle, 1889)
Da Lo spirito delle Ancelle di Marco Morelli
«Tendere alla perfezione secondo il carisma del proprio Istituto: ecco il compito delle elette Ancelle del Cuore Agonizzante di Gesù […].
Tale perfezione consiste:
- Nella somiglianza e conformità con il loro Sposo divino.
- In uno spirito ardente di operosità per la salvezza delle fanciulle in condizione di bisogno che la divina provvidenza assegnerà alle loro cure.
- Nell’unione della santità di vita con una solida conoscenza delle verità della fede e delle attività cui si dedicano per essere educatrici esperte di quanti sono loro affidati».
(Cap. II)
«Le Ancelle avranno giorno e notte lo sguardo rivolto a Gesù Cristo. Egli è il modello e la fonte di perfezione cui dedicheranno la propria vita per rendersi a Lui somiglianti ed il più possibile conformi […]. Passando attraverso la conversione del cuore [l’Ancella] potrà trovare risposta al desiderio incessante ed intensissimo di imparare a vivere così come ha vissuto Cristo e potrà imitare con amore quelle caratteristiche che più strettamente convengono allo stato religioso: l’umiltà, la povertà, la carità, la castità, l’obbedienza, il senso di dipendenza, lo spirito di sacrificio, di operosità e di amore al lavoro».
(Cap. III)
«A mano a mano che l’anima impara a pensare e ad amare come Cristo, altro non pensa, d’altro non si cura, altro non ama se non ciò che piace a Lui. Per Lui e con Lui parla, prega, opera, soffre e tace, senza dirsi mai soddisfatta fino a tanto che non è giunta all’eterno possesso di Lui nella visione dei beati, là dove la somiglianza con lo Sposo toccherà l’ultimo grado di perfezione, secondo l’insegnamento di san Giovanni: “Noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è” (1Gv 3,2)».
(Cap. IV)
«La riparazione ed il servizio ai più poveri esprimono la finalità ed il carisma specifico delle Ancelle del Sacro Cuore di Gesù Agonizzante, il quale guarda con particolare attenzione alla formazione della gioventù meno favorita: alle «povere figlie del popolo». (Cap. V)
«Dovendo le Ancelle del Cuore Agonizzante esercitare uno specifico apostolato a favore delle fanciulle in condizione di bisogno, agiranno con incessante operosità perché, con il sostegno della loro fraterna solidarietà, si realizzi la loro piena dignità umana. […]. Siano però coscienti che la loro azione, perché sia viva, operosa e proficua alle anime, non dev’essere frutto d’istintivo attivismo, ma di soprannaturale carità. Tuttavia essa non potrà mai essere tale se le Ancelle non faranno consistere la loro unica sicurezza nel cuore dello Sposo divino, stando radicate in esso con una comunione santa, costante e generosa. Cristo stesso ha insegnato ciò quando disse: “Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla” (Gv 15,5)».
(Cap. V)
«Riguardo alla santità della vita, le Ancelle del Sacro Cuore Agonizzante devono avere coscienza che non sono chiamate a virtù mediocri, ma ad una qualità di vita integralmente nuova ed elevata, che le renda luminose testimoni della perfezione di Cristo, di cui sono elette spose. Esse sono poste non sotto il moggio di una vita totalmente nascosta, ma sopra il candelabro di una vita in gran parte missionaria, perciò dovranno risplendere della luce limpida di una qualità nuova di umanità, perché tutti coloro che le avvicinano restino edificati dalla santità delle loro opere e ne diano gloria al Padre divino che sta nei cieli: “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le opere vostre buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli” (Mt 5,16)».
(Cap. VI)
«Di conseguenza le Ancelle […], devono tenere continuamente davanti agli occhi dell’anima gli esempi dello Sposo celeste, per modellare su di essi la propria personalità al punto di rendersi a Lui somiglianti in tutto, ma specialmente in quello spirito di carità espresso dall’immagine del Buon Pastore».
(Cap. IX)
«Non v’è certo in tutta la storia dei Vangeli una parabola più toccante e più vivamente espressiva della carità del Cuore divino che quella del Buon Pastore (Gv 10,1-18; Lc 15,1-7). Colui che ci ha redento per supremo amore trova appropriato attribuirsi questo appellativo pieno d’indicibile tenerezza e ne fa il più suggestivo ritratto. Io sono, Egli dice, il Buon Pastore. Il Buon Pastore dà la sua vita per le sue pecorelle. Egli le conosce tutte e tutte conoscono Lui. Le chiama per nome ad una ad una ed esse obbediscono al suono amico della sua voce e lo seguono dovunque Egli vada. Egli le conduce ai pascoli ubertosi e salubri, perché Egli è venuto per esse, affinché abbiano vita sovrabbondante. E, dopo averle fatte pascolare, le riconduce all’ovile e le custodisce gelosamente dai ladri notturni e dai lupi rapaci, perché esse sono le pecorelle del suo cuore. E se, per sventura, delle cento ne perde una, lascia le novantanove nel deserto e va e cerca ovunque la pecorella smarrita e, vistala da lontano, la chiama per nome e le corre appresso trepidante, né si dà pace o riposo finché non le sia a fianco e, fuori di sé per l’allegrezza, la porta all’ovile sulle proprie spalle. Allora la sua gioia non ha più limiti, tanto che raduna i parenti, gli amici, vicini e dice loro: “Rallegratevi e fate festa con me, perché ho finalmente trovata la mia pecorella che s’era perduta”.
In ben altro modo, Gesù continua, agisce il mercenario il quale, vedendo venire il lupo, fugge via e il lupo trascina lontano le pecorelle e ne fa terribile strage. Il mercenario fugge perché agisce per denaro e non gli stanno per nulla a cuore le pecorelle non sue. Il Buon Pastore, invece, non fa così! Il Buon Pastore, anzi, custodisce le sue pecorelle in modo che nessuno riesca a strappargliele di mano e perde la vita piuttosto che le amate pecorelle.
Quanta semplicità in queste parole del divino Maestro! Quale dolcezza manifestano! Che profumo di paradiso esse trasmettono! Sotto la figura del Buon Pastore, di così intransigente santità, Egli ha voluto alludere all’umiltà, alla sollecitudine ed alla carità del Suo Cuore per la salvezza delle anime. Di fatto Egli, Signore e Maestro, disceso dal cielo visse in mezzo a noi non come padrone ma come servo. Egli ripeteva che il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire e dare la vita in redenzione di molti: “Il Figlio dell’uomo […] non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti” (Mt 20,28).
La stessa vita di Cristo è documento evidente della verità delle sue parole. Ne sono prova l’amore con cui accoglieva i peccatori, l’umiltà con cui li serviva e ne curava le piaghe, la sollecitudine con cui correva loro dietro e li esortava a convertirsi. Le sue parole sono piene di tanta dolcezza che penetrando nei cuori li avvince, li conquista e li apre alla più sicura fiducia.
Ascoltiamo ancora una volta queste parole, come quando ripeteva di andare a cercare ed a salvare ciò che si era perduto, oppure di non essere venuto per chiamare a convertirsi i giusti ma i peccatori, perché i sani non hanno bisogno di medico, bensì gli infermi. Egli chiamava tutti coloro che sono travagliati ed oppressi dal peso delle proprie colpe a seguire Lui che li avrebbe ristorati. Accadeva così che i peccatori gli corressero dietro in folla, attratti dal fascino della sua divina attrattiva ed Egli, vero e umanissimo Pastore, si prendeva tenerissima cura di loro, comunicando la vita nuova con l’affetto, la sapienza, l’esempio, le fatiche, le preghiere, i digiuni, le lacrime ed ogni genere di sacrifici, non escluso quello della croce sulla quale diede realmente la vita, suggellando col fatto la verità dell’annuncio: “Il Buon Pastore dà la vita per le sue pecorelle”.
O Ancelle del Cuore Agonizzante di Gesù, o voi tutte che aspirate al più alto fra tutti i destini, quello di divenire sue spose, ponetevi davanti agli occhi e meditate giorno e notte l’umiltà, la sollecitudine e la carità con cui il vostro Sposo, sotto l’immagine del Buon Pastore, si adoperò senza posa per la salvezza delle anime.
Anche voi, ricopiando in voi stesse il suo spirito, con amore, con tenerezza, con sollecitudine di madri e con umiltà di ancelle adoperatevi a fare in ogni maniera il bene delle figliuole che la divina provvidenza vi affida.
Scolpitevi profondamente nell’anima che maggiore corrispondenza di questa non potreste realizzare e maggior conforto [= riparazione] non potreste recare al Cuore di Lui, tenerissimo Padre e Pastore, che diede la vita per tutte e ciascuna delle sue amate pecorelle».
(Cap. X)
Ascoltiamo la Venerata Madre Fondatrice
«Convinte come già siamo di essere chiamate, secondo il fine del nostro Istituto, ad impetrare grazie dal Divin Cuore ed a riparare le offese che Egli riceve, permettetemi che vi metta sott’occhio in quali disposizioni dobbiamo metterci, se già non ci siamo, per divenire anime veramente riparatrici. Noi dobbiamo avere lo spirito di generosità sincera ed attiva, allegra e forte che aveva Maria, almeno per quanto lo comportano le nostre forze.
Quale esempio di generosità non diede questa benedetta Madre, quando all’annunzio dell’Angelo proferì quel fiat dal quale venne la salvezza al mondo e col quale essa accetta di essere la corredentrice del mondo e la prima riparatrice dell’offeso Signore. Maria ben sapeva che dietro a questo fiat sarebbe divenuta la Madre di un Dio che doveva condurre la sua vita fra i patimenti e terminarla sulla croce, nonostante ciò, da generosa, a tutto si sottomise. Vediamola quindi sul monte Calvario ai piedi della croce del Figlio morire quasi di dolore se un miracolo non la teneva in vita, sperando di poter dare qualche conforto al diletto suo Gesù. Ed era questo per lei indicibile martirio.
A noi pure Gesù benedetto ha fatto la proposta di divenire anime riparatrici, chiamandoci ad essere le Ancelle del Suo Cuore Agonizzante. Noi allora rispondemmo con Maria: fiat, si compia in me la divina volontà. Se non lo comprendemmo allora, disponiamoci subito allo studio per conoscere quanto deve fare una riparatrice per soddisfare all’impegno preso con lo Sposo Divino.
Tutto si compendia in queste poche parole: starcene con Maria ai piedi della croce sino alla fine della nostra vita. Questo vuol dire amare il patire, cercare il patire, essere contente nel patire per poter offrire questo nostro patire allo Sposo Gesù in ricambio d’amore ed in riparazione delle offese che la sensualità e l’ingratitudine gli procurano continuamente». (CASCIA, MRC, cart.13a, 7-10, Lettera circ. 1892; L. AMADUCCI, 25-29).
Dalla Esortazione Apostolica Vita consecrata di Giovanni Paolo II (25 marzo 1996)
Fedeltà creativa [al carisma]
37. Gli Istituti sono dunque invitati a riproporre con coraggio l’intraprendenza, l’inventiva e la santità dei fondatori e delle fondatrici come risposta ai segni dei tempi emergenti nel mondo di oggi. Questo invito è innanzitutto un appello alla perseveranza nel cammino di santità attraverso le difficoltà materiali e spirituali che segnano le vicende quotidiane. Ma è anche appello a ricercare la competenza nel proprio lavoro e a coltivare una fedeltà dinamica alla propria missione, adattandone le forme, quando è necessario, alle nuove situazioni e ai diversi bisogni, in piena docilità all’ispirazione divina e al discernimento ecclesiale. Deve rimanere, comunque, viva la convinzione che nella ricerca della conformazione sempre più piena al Signore sta la garanzia di ogni rinnovamento che intenda rimanere fedele all’ispirazione originaria. In questo spirito torna oggi impellente per ogni Istituto la necessità di un rinnovato riferimento alla Regola, perché in essa e nelle Costituzioni è racchiuso un itinerario di sequela, qualificato da uno specifico carisma autenticato dalla Chiesa. Un’accresciuta considerazione per la Regola non mancherà di offrire alle persone consacrate un criterio sicuro per ricercare le forme adeguate di una testimonianza che sappia rispondere alle esigenze del momento senza allontanarsi dall’ispirazione iniziale.
“O Gesù, mite e umile di cuore, rendi il mio cuore simile al tuo cuore!”
Ad maiorem Dei gloriam!